Parlamento europeo approva gas e nucleare “fonti sostenibili”

Prevale l’interesse di Francia e Germania e passa una scelta sbagliata

Ce l’aspettavamo. Mercoledì 6 luglio il Parlamento europeo ha bocciato una mozione che chiedeva di eliminare gas e nucleare dalla lista delle “fonti sostenibili” europee. Di fatto, ha approvato che gas e nucleare siano inseriti nella “tassonomia” delle fonti sostenibili.

La “tassonomia” è la classificazione delle fonti energetiche in funzione della loro sostenibilità ambientale, prevista nel grande piano europeo Green Deal per la transizione ecologica da qui al 2050. Una classificazione che discrimina, in base alla sostenibilità ambientale, le tecnologie e le attività economiche che possono essere finanziate oppure no.

Il 2 febbraio, dopo molte polemiche, la Commissione UE aveva approvato il documento con la tassonomia che include (con alcune limitazioni) gas e nucleare tra le “fonti sostenibili”.

Sommario

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è una questione di soldi

Non è una questione teorica, né di principio. E’ una questione di soldi. Classificare o meno una fonte energetica come “sostenibile” significa aprire il suo accesso alle forme di finanza sostenibile – finanziamenti agevolati, garanzie pubbliche – che l’Europa ha messo a punto per agevolare la transizione ecologica.

Si tratta di stimolare gli investimenti pubblici e privati nel settore energetico, ma solo a condizione che vadano a finanziare “fonti energetiche sostenibili”.

L’intero mondo ambientalista è insorto. Ma non solo. L’Austria ha denunciato che questa tassonomia è frutto di un accordo diabolico tra Francia – che ha un disperato bisogno di fondi per il suo nucleare ormai invecchiato – e la Germania, che dipende dal gas. L’Austria ha già annunciato il ricorso alla Corte di Giustizia europea.

Definire “sostenibili” gas e nucleare è una evidente forzatura

Tra le clausole per definire “sostenibile” una fonte energetica è che “non arrechi danni significativi all’ambiente e alla salute umana“. Ma è proprio così per gas e nucleare?

Nucleare sostenibile? Difficile sostenerlo

Il nucleare è certamente una fonte energetica a bassa emissione di carbonio. Ma sul piano ambientale è davvero “pulita”?

Per avere risposte a questa questione, sono state prodotti da commissioni tecniche due pareri contrastanti. Il gruppo di esperti nominato dalla stessa Commissione, aveva formulato parere negativo (vedi articolo).

Viceversa, il Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC), che ha sede a Ispra in Italia, al cui interno operano molti esperti francesi di nucleare, ha dato il via libera alla sostenibilità del nucleare “se ben gestito”. Quel “se” è già indicativo.

Anche “se” in 40 anni di esercizio una centrale atomica “ben gestita” non dovesse mai riversare nell’ambiente radionuclidi (in realtà, perdite radioattive accadono in molti impianti nucleari), basterebbe la questione delle scorie (alcune radioattive per migliaia di anni) e la complessità dello smantellamento di una centrale nucleare a fine esercizio, piena di materiale contaminato, a rendere discutibile la patente di sostenibilità appena concessa.

Il nucleare pulito Non esiste

Qualcuno potrebbe citare il “nuovo nucleare pulito”, ovvero i reattori” di IV generazione, che promettono di ridurre il problema delle scorie (ma non quello dello smantellamento). Per ora sono solo progetti sulla carta, senza neanche un prototipo in funzione. Il nucleare di IV generazione è una tecnologia estremamente critica (vedi mio post sull’argomento) che deve superare parecchi problemi di stabilità e sicurezza. Visto lo stato di questi progetti e i tempi di ingengerizzazione e realizzazione di impianti nucleari di nuova concezione, è sicuro che il nucleare di IV generazione – ammesso che diventi fattibile, sicuro e a costi accettabili – arriverà comunque oltre il 2050, a transizione energetica ormai completata. Dunque fuori dai limiti per gli investimenti europei.

Il travaglio del nucleare in Francia e in europa

Per il nucleare europeo, che sta vivendo un inesorabile declino, l’accesso a quei finanziamenti è fondamentale per garantire almeno la sua sopravvivenza. Infatti i 109 reattori nucleari europei oggi in funzione (nel 2013 erano 130) sono tutti molto vecchi (a parte Olkiluoto-3 in Finlandia) e sarebbero destinati in gran parte alla dismissione nei prossimi 10 – 20 anni.

La situazione più grave, da questo punto di vista, è quella francese. La Francia ha storicamente puntato tutto sul nucleare, dopo la crisi petrolifera del 1973, ma anche per motivi militari. Sono 56 i reattori in funzione oggi in Francia (nel 2013 erano 58), tutti più o meno prossimi alla fine del loro ciclo di vita operativa; solo uno è in costruzione a Flamanville. Sono 64 i GW di potenza elettrica erogati oggi dal nucleare francese, e potrebbero ridursi della metà in pochi anni. Per la Francia è una prospettiva da incubo.

Investire sul nucleare? Ad alto rischio

Per i paesi nucleari il problema è grosso. Sostituire tutte le vecchie centrali atomiche con reattori nuovi non è economicamente sostenibile. il costo di costruzione di un nuovo reattore è così elevato – circa 10 miliardi l’uno – che il prezzo del chilowattora prodotto non è competitivo sul mercato elettrico. I tempi di costruzione (10 – 15 anni in paesi già nucleari in siti già predisposti, molti di più se si inizia da zero) non consentono un ritorno economico dell’investimento in tempi accettabili. E molti reattori la cui costruzione è iniziata molti anni fa non sono mai arrivati a generare corrente.

Si tratta dunque di un investimento ad alto rischio per chi lo avvia: un elevato costo del capitale, che funziona solo se i costi non aumentano in corso d’opera e si rispettano i tempi previsti. Ovvero: due condizioni regolarmente sforate nel settore nucleare.

Se foste un imprenditore privato dell’energia, investireste in una tecnologia dai costi altissimi, da iniziare a pagare subito, che – forse, e senza certezza – produrrà ricavi tra 15-20 anni?

Per questo motivo, e non per le opposizioni ambientaliste, dal 1990 a oggi solo un nuovo reattore è entrato in esercizio nei paesi occidentali, dove vige il libero mercato dell’energia.

Nuovi reattori? No, Prolungare la vita delle centrali esistenti

Per il motivo dei costi, saranno pochi i nuovi reattori nucleari europei che andranno a sostituire quelli vecchi in dismissione. Il piano francese prevede la costruzione di 6 nuovi reattori a medio termine: ovvero circa 9 GW di potenza, che non compenserà se non in minima parte i circa 30 GW di potenza da nucleare prodotti in Francia da reattori destinati ad essere chiusi a breve termine (la metà dei reattori in esercizio; gli altri 34 GW pochi anni dopo). Il pesante costo della costruzione sarà a carico di Electricité de France (EdF), a breve interamente nazionalizzata (ora è proprietà dello Stato francese per l’84,4%).

Qualche altro nuovo reattore – pochi – sarà costruito in Ungheria (avevano previsto – prima della guerra – di usare tecnologia russa) e altri paesi dell’Est, come in Romania.

Comunque sia, il numero di nuovi reattori europei si potrà contare con le dita delle mani, mentre quelli da dismettere nei prossimi anni sono un centinaio.

C’è solo un modo per rallentare l’inevitabile declino del nucleare: allungare di un altro decennio la vita delle vecchie centrali, ritardando la loro chiusura. Si tratti di importanti interventi di manutenzione e aggiornamento tecnologico che richiedono comunque ingenti finanziamenti. E’ su questo che puntano i francesi con i finanziamenti agevolati europei, oltre a qualche contributo per i nuovi reattori.

Soldi, soldi, soldi

Per mantenere in vita il nucleare in Europa, sia pur in declino, gli investimenti previsti nei paesi nucleari superano i 400 miliardi di euro. Tenete conto che in Europa l’elettricità è sul libero mercato, prodotta da aziende che devono fare profitti e non perdite. Fanno eccezione le aziende di proprietà statale (come EdF in Francia) i cui bilanci sono soggetti a un mandato politico.

Tutti quei soldi a carico di aziende vanno acquisiti sul mercato finanziario. Qui interviene l’Unione europea che facilita e garantisce finanziamenti agevolati e sovvenzioni, ma solo per le energie “sostenibili”.

Ecco perché la Francia e gli altri paesi nucleari hanno preteso dalla Commissione e dal Parlamento europeo di inserire il nucleare e il gas tra le fonti sostenibili. Sperano di evitare che il declino del nucleare diventi, per loro, un serio problema di sicurezza energetica.

I paesi nucleari a rischio di rimanere indietro

Si sa, i soldi non sono infiniti. Se nei paesi nucleari serviranno 400 miliardi per mantenere in piedi almeno una quota della loro produzione elettrica da nucleare, quella ingente somma di denaro sarà sottratta agli investimenti per le fonti rinnovabili, che sono il vero obiettivo della transizione energetica.

Lo si vede già oggi con la Francia: la Francia è l’unico paese europeo a non aver raggiunto l’obiettivo della “direttiva 20-20-20” che prevedeva per gli stati membri di coprire almeno il 20% dei consumi finali di energia con fonti rinnovabili. La Francia aveva l’obiettivo nazionale del 23% e si è invece fermata al 19%.

Il gas “sostenibile” ma con molte prescrizioni

Se il nucleare – almeno – è una fonte energetica a basso tasso di emissioni di carbonio, il gas naturale, il cui componente principale è il metano (CH4) è un potente gas a effetto serra. Il suo impatto sul riscaldamento globale è forte a breve-medio termine, anche se rispetto all’anidride carbonica permane in atmosfera per un tempo più breve. Nel complesso, il suo impatto sul clima è comunque inferiore rispetto al petrolio e al carbone, e per questo è considerato una “fonte di transizione” in loro sostituzione.

Per questo, la sostenibilità del gas naturale è stata condizionata a diverse prescrizioni che solo pochi impianti – dalle caratteristiche innovative – potranno soddisfare e ricevere finanziamenti: livello di emissioni pari a 1/4 di quello delle tecnologie standard, impianti realizzati in sostituzione di centrali a carbone e che operano solo per poche ore al giorno, dotazione di sistemi di cattura e sequestro della CO2, ecc.

La finanza sostenibile si ribella

Non solo gli ecologisti. Anche il mondo della finanza sostenibile – quella vera – si oppone alla scelta europea. Molti grandi investitori mondiali e persino la stessa Banca Europei per gli Investimenti, hanno dichiarato che, nonostante la tassonomia, non promuoveranno investimenti sul nucleare e gas. Perché non risponde a verità il loro essere “sostenibili” e una scelta del genere mette a rischio la credibilità della banca con i propri investitori” (leggi notizia Bloomberg).

Il Financial Times, ripreso dal Fatto Quotidiano (leggi), ha riportato la notizia della bocciatura della tassonomia che include gas e nucleare come “sostenibili” da parte del gruppo di esperti di finanza sostenibile designato proprio dalla Commissione UE.

Il problema è non pregiudicare gli investimenti per le rinnovabili, che sono il vero obiettivo della transizione energetica. E sono l’unico modo per ottenere energia pulita in modo veloce e a prezzo conveniente.

Copertina libro "Ritorno al pianeta" di Pierluigi AdamiLeggi anche: “Ritorno al pianeta – L’avventura ecologica dai Neanderthal alla pandemia” saggio di Pierluigi Adami (Bordeaux Edizioni, settembre 2021)